ANATOCISMO E INTERESSI. L’IRRIPETIBILITA’ DELLE RIMESSE “RIPRISTINATORIE”: PROBLEMATICHE APPLICATIVE
Pubblicato il da Avv. Daniele Peccianti
Testo massima
A cura di Daniele Peccianti e Fausto Magi (Avvocati del Foro di Siena) L’evoluzione giurisprudenziale (oltre alle sentenze in commento si vedano Tribunale Siena 7/7/2014 in questa Rivista e Tribunale Livorno 5/8/2014, consultabile sul sito “ilcaso.it”) in tema di azioni ripetitorie relative al pagamento di interessi o commissioni illegittimamente addebitati in conto corrente sta portando, seppure all’interno di un “movimentato”quadro interpretativo , alla individuazione di alcuni fondamentali criteri chiave, in linea peraltro con quanto già chiaramente stabilito dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza 24418/2010 e della successiva sentenza della Terza Sezione Civile 798/2013: – l’azione di ripetizione non può che riguardare rimesse solutorie (“. . . la ripetizione con conseguenziale condanna alla restituzione può essere chiesta solo con riferimento a rimesse solutorie. Quindi o ci sono rimesse solutorie e la società potrebbe chiedere la restituzione dei pagamenti (solutori) effettuati; oppure non vi sono rimesse solutorie, ma allora la correntista non avrebbe alcun pagamento di cui chiedere la restituzione”: così Tribunale di Padova); – in presenza di conto corrente aperto alla data della domanda, salva la dimostrazione della ricorrenza di rimesse solutorie , non può esperirsi azione ripetitoria (“. . . . parte attrice non ha provato di aver pagato gli importi indicati nell’atto di citazione: il conto corrente, infatti, ancora acceso alla data della notificazione dell’atto di citazione risultava affidato. . . . L’azione di ripetizione di indebito ex art. 2033 c.c., nel caso di conto aperto, può essere proposta soltanto nel caso in cui vi siano state delle operazioni solutorie extrafido, operazioni che parte attrice non ha richiesto di provare e che, comunque, dall’analisi effettuata dal CTU, non risultano essere state effettuate”; così Tribunale di Treviso); – dopo la chiusura del conto, restando indimostrata la ricorrenza di rimesse solutorie, l’unica azione ripetitoria esperibile è quella avente ad oggetto l’eventuale pagamento del saldo finale (“Quanto alle precedenti rimesse difetta in atti alcun principio di prova del loro carattere solutorio: la stessa consulenza tecnica di parte. . . . . non contiene in alcun modo una specifica allegazione, né tantomeno uno specifico principio di prova, circa la natura solutoria anziché ripristinatoria delle rimesse che emergono dagli estratti conto. . . . Tale impostazione della consulenza induce a ritenere che l’unica rimessa a cui l’azione di ripetizione di indebito si riferisce sia appunto quella finale”: così Tribunale di Siena 7/7/2014). Tali criteri, come dicevamo, appaiono perfettamente conformi all’interpretazione inaugurata dalla Suprema Corte con la citata Sentenza delle Sezioni Unite 24418/2010, ma l’indubbio merito della richiamata giurisprudenza di merito risiede nel fatto di aver contribuito a dissipare gli equivoci interpretativi che avevano accompagnato la pronuncia sin dalla sua pubblicazione. L’equivoco principale è consistito nell’aver voluto intendere – da parte della dottrina avversa alle banche che la Suprema Corte non avrebbe negato in via definitiva la ripetibilità della rimessa ripristinatoria ma l’avrebbe semplicemente condizionata alla chiusura del conto. Si è cercato di sostenere, in pratica, che per tutto il periodo di vigenza del rapporto le rimesse ripristinatorie sarebbero semplicemente “ibernate” per tornare ad essere ripetibili a conto chiuso. Coerentemente con tale ricostruzione gli interpreti avversi alle banche hanno sostenuto che la chiusura del conto costituisce semplicemente lo sbarramento temporale per la decorrenza della prescrizione. Le sentenze richiamate hanno invece ricondotto la questione nei suoi corretti termini interpretativi riaffermando che per poter parlare di prescrizione della azione di ripetizione di un pagamento occorre in primo luogo che un pagamento giuridicamente inteso esista e sia stato effettuato. Con la semplice chiusura di un conto non interessato da rimesse solutorie, pertanto, non si genera alcun effetto in termini di ripetibilità e di prescrizione: niente vi è ancora di ripetibile e, quindi, non vi è decorrenza di prescrizione. Sarà solo all’esito dell’eventuale pagamento fatto dal cliente a fronte del saldo finale del conto che potrà parlarsi di rimessa solutoria (e, quindi, di pagamento) e da quel momento decorrerà il termine prescrizionale della relativa azione ripetitoria. E’ paradossale che ci sia voluto l’intervento illuminato di alcuni giudici di merito per chiarire tali concetti, considerato che gli stessi erano stati ben enucleati dalla stessa sentenza delle Sezioni Unite, laddove, a proposito di conto affidato interessato solo da rimesse ripristinatorie, affermava: “di pagamento, nella descritta situazione, potrà parlarsi soltanto dopo che, conclusosi il rapporto di apertura di credito in conto corrente, la banca abbia esatto dal correntista la restituzione del saldo finale, nel computo del quale risultino compresi interessi non dovuti e, perciò, da restituire se corrisposti dal cliente all’atto della chiusura del conto”. Appare oggi definitivamente chiarito, comunque, che la rimessa ripristinatoria non è mai ripetibile, perché non sostanzia un pagamento in senso giuridico. Il rilievo ha importanti riflessi anche sul piano probatorio: 1) la dimostrazione della ricorrenza della natura solutoria delle rimesse giova alla Banca, relativamente a quelle intercorse prima del decennio antecedente alla notifica della citazione, per poter eccepire validamente la prescrizione (Cass. civ. 4518/2014); 2) la dimostrazione – e, ancor prima, l’allegazione – della ricorrenza di rimesse solutorie in tutto il periodo di vigenza del rapporto giova all’attore per dimostrare la fondatezza della propria domanda. Pertanto, come ha lucidamente evidenziato il Tribunale di Siena con la sentenza 7/7/2014, in assenza di prova della esistenza di rimesse solutorie la domanda ripetitoria non può trovare accoglimento. Nel descritto contesto interpretativo resta da chiarire un ultimo aspetto, che sembra peraltro di agevole soluzione. Potrebbe infatti sorgere il dubbio in merito alla sorte della domanda di mero accertamento, cioè finalizzata semplicemente alla rideterminazione a credito del saldo finale del conto senza immediate finalità ripetitorie. L’attore, per il fondato timore di doversi trovare a dover decidere se allegare l’esistenza di rimesse solutorie e vedersi così eccepire la prescrizione o rischiare il rigetto integrale della domanda per non aver provveduto ad effettuare detta allegazione (con la relativa prova), potrebbe chiedere l’accertamento della illegittimità di tutti gli addebiti per interessi intercorsi sul conto e la rideterminazione del saldo epurato, che potrebbe in tal modo divenire creditore, con la connessa condanna della Banca alla sua restituzione. Infatti, la domanda, finalizzata all’accertamento di una nullità, sarebbe imprescrittibile e non necessiterebbe di essere supportata dall’allegazione e prova della natura solutoria delle rimesse. Secondo noi è lo stesso quadro interpretativo illustrato a motivare il rigetto di questa tesi. In linea generale, l’accertamento della nullità di un atto dovrebbe essere funzionale o alla ripetizione della prestazione in base ad esso eseguita o alla contestazione del diritto a pretenderla, se non ancora adempiuta. Nel primo caso però la giurisprudenza ha precisato che, sebbene azione di nullità e azione di ripetizione siano diverse per causa petendi e petitum, l’assenza di una prestazione ripetibile svuota di interesse l’azione di accertamento della nullità (a meno che l’attore non dimostri di perseguire un fine ultroneo rispetto a quello meramente ripetitorio, come ad esempio la contestazione della sussistenza di un controcredito in capo al convenuto ). Chiarificatrice è in proposito la sentenza 9/4/2003 n. 5575 della Corte di Cassazione, che ha stabilito espressamente: “in materia contrattuale, deve escludersi la permanenza di un interesse all’accertamento e alla declaratoria di nullità di un contratto quando risulti ormai prescritta l’azione di ripetizione della prestazione in base ad esso eseguita”. Interpolando questi principi con i dettami introdotti dalle SS.UU. con la sentenza 24418/2010, non vi sarebbe spazio, quindi, per una azione di accertamento della nullità di addebiti in conto non pagati avente finalità ultronee rispetto alla riduzione o al totale azzeramento del saldo debitore del conto (a seconda di quanto incidano su di esso gli addebiti illegittimi). Il concetto dovrebbe valere necessariamente anche per i conti interessati esclusivamente da rimesse “intra-fido”. La conclusione a cui si vuol giungere non è, almeno apparentemente, di facile comprensione ma pare, comunque, perfettamente logica e coerente, ribadiamo, con l’orientamento introdotto da Cass. 24418/2010. Proviamo a sintetizzarne i passaggi logici: 1) sappiamo che la rimessa ripristinatoria non è un pagamento; 2) vi è altresì giuridica consapevolezza del fatto che una azione ripetitoria ex art. 2033 c.c. presuppone l’allegazione e prova, da parte di chi la propone, del pagamento; 3) abbiamo visto inoltre che l’accertamento della nullità di una obbligazione sostanzia un interesse dell’attore fintantoché vi è una prestazione eseguita a fronte della stessa e nella misura in cui la stessa è ripetibile, dovendo in caso contrario tale interesse limitarsi alla contestazione della controprestazione sottesa all’obbligazione stessa; 4) quando gli attori propongono una domanda di riquantificazione si limitano a contestare e far accertare l’illegittimità degli addebiti che hanno portato al saldo risultante dalle scritture della banca: ebbene, non allegano né provano di aver effettuato pagamenti ma piuttosto, sul presupposto che tale dimostrazione non sia necessaria (esponendoli al rischio di vedersi eccepire la prescrizione), pongono in dubbio tutti gli addebiti intercorsi sin dalla accensione del conto, anche se molto risalente nel tempo. 5) nel caso di conto chiuso, tuttavia, non potendo lo stesso più movimentare, non possono prescindere dal chiedere la ripetizione del nuovo saldo creditore (e di quanto eventualmente già pagato a fronte del “vecchio” saldo banca), con ciò sottoponendosi alle eccezioni di cui ai punti 1) 2 e 3). In realtà, infatti, a conto chiuso l’attore è sempre costretto a dissimulare la finalità ripetitoria dell’eventuale azione di mero accertamento tutte le volte in cui pretende che il saldo divenga da debitore creditore: tale finalità però, come si è cercato di spiegare, sarebbe da lui fruibile solo dimostrando di aver fatto corrispondenti pagamenti (cioè rimesse solutorie). Queste considerazioni, perfettamente coerenti con il descritto quadro interpretativo, non pongono come visto in discussione l’astratta esperibilità di una azione di riquantificazione del saldo, ammessa anche dalla Suprema Corte, ma comportano semplicemente che, in assenza di rimesse solutorie, la stessa non possa produrre effetti ripetitori. Il concetto è sempre lo stesso e non può mutare a seconda del tipo di domanda formulata (di ripetizione o di mero accertamento): se la rimessa è ripristinatoria resta irripetibile anche all’esito dell’eventuale accertamento della nullità del titolo obbligatorio che vi aveva dato causa. Le conclusioni a cui si è fin qui giunti hanno anche una base logica: se un conto corrente chiusosi con un saldo debitore cambia “segno” e diviene creditore per effetto di una operazione di “espunzione” degli addebiti illegittimi, ciò non può che essere dovuto alla contestuale presenza di rimesse. Più l'”espunzione” è ampia, maggiore è la possibilità di una inversione di segno del saldo. Nel caso in cui quest’ultima si concretizzi, le eventuali pretese restitutorie vantate dall’attore in relazione al nuovo saldo avrebbero ad oggetto proprio le rimesse e il medesimo non dovrebbe quindi poter prescindere dalla allegazione e prova della loro natura solutoria. La soluzione diversa porterebbe a risultati a nostro avviso “paradossali”. Ricordato infatti che l’azione di ripetizione di indebito presuppone, oltre alla prova dell’avvenuto pagamento, quella della inesistenza o invalidità della causa solvendi, quando la domanda di accertamento della nullità fosse funzionale alla ripetizione, l’ammissibilità di quest’ultima dipenderebbe dalla natura (solutoria) della rimessa; viceversa, la domanda avente ad oggetto soltanto l’accertamento della nullità della causa solvendi dovrebbe poter fruire della ripetizione della corrispondente rimessa, a prescindere dalla natura di quest’ultima. Si ponga mente al seguente esempio contabile. Qualunque sia il criterio di calcolo adottato in concreto e le censure esaminate dal CTU (interessi ultralegali, anatocismo, usura, ecc.) il perito nominato dal Giudice in una causa avente ad oggetto la ripetizione di pagamenti indebiti dovrebbe sviluppare due conteggi , uno finalizzato a verificare quale avrebbe dovuto essere lo sviluppo legittimo del conto (senza cioè addebiti non dovuti) e l’altro deputato ad individuare: 1) la presenta di rimesse che hanno ridotto l’esposizione dovuta ad interessi non legittimi; 2) se e in che misura il saldo ridotto con la rimessa era demarginante il limite del fido, allo scopo di verificare se la rimessa era da considerarsi in tutto o in parte solutoria e, quindi, ripetibile. 1) Verifica delle rimesse solutorie su estratto conto banca|
Movimento |
Saldo banca |
Causale |
Rimesse che |
|
|
– 80 |
|
|
|
– 20 |
-100 |
Interessi (di |
|
|
+20 |
– 80 |
versamento |
18 (non solutoria) |
|
– 10 |
– 90 |
Interessi (di |
|
|
+10 |
– 80 |
versamento |
8 (non solutoria) |
|
– 15 |
– 95 |
Interessi (di |
|
|
+60 |
– 35 |
versamento |
10 (non |
|
– 5 |
– 40 |
Interessi (di |
|
|
+ 5 |
– 35 |
versamento |
5 (non |
|
– 3 |
– 38 |
(interessi (di |
|
|
+ 2 |
– 36 saldo finale |
versamento |
2 (non |
|
Movimento |
Saldo |
Causale |
|
|
– 80 |
|
|
– 2 |
– 82 |
Interessi |
|
+ 20 |
– 62 |
Versamento |
|
– 2 |
– 64 |
Interessi |
|
+ 10 |
– 54 |
Versamento |
|
– 5 |
– 59 |
Interessi |
|
+ 60 |
+ 1 |
Versamento |
|
+ 5 |
+ 6 |
Versamento |
|
– 1 |
– 5 |
Interessi |
|
+ 2 |
+ 7 saldo finale |
Versamento |
Testo del provvedimento